Regine d’Africa: Nel nome di Kaizer

[db] Per la seconda puntata della rubrica Regine d’Africa, che il giovedì vi racconta la storia di una delle squadre principali del calcio africano, Africalcio – L’Afrique du Foot vi porta in Sud Africa, a Johannesburg. O meglio nella South-Western Township, meglio conosciuta come Soweto, ghetto per i blacks durante l’apartheid e culla del Kaizer Chiefs Football Club.

Nel nome del padre

Fondatore, proprietario, presidente dal 1970 fino al giorno d’oggi: non c’è da stupirsi se i Kaizer Chiefs portano il nome del proprio padre-padrone e della squadra statunitense per cui giocavò a fine anni ’60. La culla dei Kaizer Chiefs è Soweto, la grande township nera di Johannesburg, e la levatrice è Kaizer Motaung. Nato nella sezione Orlando East di Soweto, Motaung aveva giocato negli anni ’60 per la principale squadra della township, gli Orlando Pirates. Nel 1968, dopo un provino in Zambia, fu ingaggiato dagli Atlanta Chiefs nella nascente North American Soccer League. Con i “capi indiani” allenati dall’ex West Ham Phil Woosnam Motaung vinse il titolo del 1968, anno in cui fu nominato Rookie of the Year, e fu capocannoniere l’anno successivo.

Poco prima di fare ritorno in Sud Africa nel 1969 Motaung apprese di un litigio tra quattro suoi ex compagni di squadra e la dirigenza degli Orlando Pirates. I quattro erano stati espulsi dalla squadra dopo che si erano rifiutati di giocare una partita in Swaziland. Motaung contattò la dirigenza dei Pirates e chiese il permesso di far giocare i calciatori espulsi in un tour del paese per lasciar tranquillizzare la situazione. Fu così che Ratha Mokgoatleng, Msomi Khoza, Zero Johnson ed Ewert Nene divennero il primo nucleo della futura squadra, inizialmente battezzata Kaizer Motaung’s All-Star XI.

Attraverso il tour, Motaung cominciò a reclutare altri giocatori, sottraendo nomi importanti agli Orlando Pirates e all’altra squadra di Soweto, i Moroka Swallows, per esaudire la sua ambizione di fondare un club gestito professionalmente come quello in cui aveva giocato negli Stati Uniti. La data di fondazione ufficiale è quella del 7 gennaio 1970. Nonostante le difficoltà e l’avversione dei suoi ex compagni di avventura a cui aveva sottratto qualche giocatore, fu il sostegno del padre, Ceyland Motaung, un tifoso sfegatato dei Pirates, a spingerlo ad andare avanti. Dall’unione del suo nome e del nome degli Atlanta Chiefs Motaung coniò il nome della squadra. Dalla franchigia georgiana mutuò anche lo stemma del club, un capo indiano. Dalla parola “capo” in lingua zulu viene anche il soprannome della squadra, Amakhosi.

Your waters run red through Soweto

Una squadra di calcio nel Sud Africa dell’apartheid, e specialmente a Soweto, non poteva essere una squadra normale. In una società rigidamente divisa dalle teorie suprematiste bianche, il calcio rappresentava lo sport dei neri ed era divenuto un motore della lotta contro le politiche segregazioniste. Se nel 1951 tre delle quattro federcalcio sudafricane – quelle che rappresentavano neri, indiani e coloured – avevano fondato contro le politiche di segregazione la South African Soccer Federation, nel 1971 i Kaizer Chiefs furono tra i fondatori della National Professional Soccer League, la prima lega professionistica a cui furono ammessi i neri, nel 1971.

L’Orlando Stadium di Soweto, la prima casa dei Kaizer Chiefs, spesso definito “la Mecca del calcio sudafricano”, divenne un simbolo di resistenza al suprematismo afrikaner. Lo ricorda Lucky Stylianou, il primo bianco a indossare la maglia nera e oro dei Kaizer Chiefs nel 1978: “Durante l’apartheid non c’erano molti posti dove tutti i sudafricani potessero riunirsi e godersi una giornata normale”. Lo stesso Stylianou ricorda il valore dei Chiefs nel Sudafrica dell’apartheid: “Non sono ricco, ma se penso alla mia esperienza come giocatore dei Chiefs, mi sento benedetto. Nessuna somma di denaro può comprare l’amore che ho ricevuto come membro degli Amakhosi. Dovete ricordare che ho giocato ai Chiefs in un periodo in cui cercavamo di essere normali in una società molto anormale. Come calciatori, penso che eravamo molto avanti rispetto ai politici”. Erano tempi difficili: all’inizio del decennio i Kaizer Chiefs avevano dovuto rinunciare a un attaccante come Ingle Singh che, in quanto indiano, per le leggi del paese non poteva giocare con i blacks.

Secondo quanto racconta Motaung: “I Kaizer Chiefs nacquero, penso, nel momento giusto. Stavamo vivendo in un’era politicamente repressiva e violenta. Per esempio, se sconfiggevi i Pirates all’Orlando Stadium, con ogni probabilità sarebbe stato difficile lasciare lo stadio illeso. Poi vennero i Chiefs. Il nostro abbigliamento era tale da attirare un sacco di gente. Forse è per quello che, quando cominciammo, avevamo un gran numero di tifose. […] Promuovemmo il concetto di amore e pace, e lo incorporammo nel nostro slogan. Enfatizzavamo attraverso le parole e i fatti, sul campo e fuori, che il calcio era fatto di cameratismo, amicizia e sportività”.

Nonostante l’etica non violenta, nel 1976 la tragedia colpì il club e costò la vita a uno dei membri fondatori, Ewert “The Lip” Nene. Dopo un allenamento, Nene si diresse nel quartiere di Spring, a est di Johannesburg, per incontrare l’ala sinistra Nelson “Teenage” Dladla, un promettente giocatore dei Pilkington Young Brothers. Ewert Nene era sembre stato un abile reclutatore e ottenne la firma di Dladla, ma per farlo uscire dalla township di KwaThema dovette nasconderlo in un lenzuolo sul retro della sua Chevrolet Impala. Una folla di tifosi si accorse della presenza di Dladla e aggredì Ewert Nene, pugnalandolo a morte. Dladla sarebbe stato un leggendario numero 11 per i Chiefs, giocando 408 partite e segnando 125 gol tra il 1976 e il 1988. Solo le folli regole dell’apartheid e l’isolamento che determinarono gli impedirono di mettersi alla prova in campo internazionale.

Operazione pigliatutto

I Kaizer Chiefs vinsero il loro primo titolo di NPSL nel 1974 e, prima che il regime dell’apartheid cadesse a inizio anni ’90, conquistò sei titoli di NPSL e tre di National Soccer League (la lega che successe alla NPSL nel 1985). L’apartheid andava allentandosi e, con la scarcerazione e l’elezione di Nelson Mandela e la fine del regime suprematista bianco, il calcio fu uno dei palcoscenici da cui “Madiba” lanciò l’immagine di un paese unito. Il Sud Africa ospitò la Coppa d’Africa del 1996 e, alla sua prima partecipazione dopo essere stato escluso per aver selezionato solo giocatori bianchi, vinse il torneo con una squadra multietnica capitanata dal bianco Neil Tovey, difensore centrale dei Kaizer Chiefs.

Il ritorno all’attività internazionale significò anche la possibilità per i Kaizer Chiefs di confrontarsi a livello continentale: la prima avventura in Coppa dei Campioni, nel 1993, terminò agli ottavi di finale contro gli egiziani dello Zamalek. L’unico momento di gloria continentale arrivò nel 2001, quando i Kaizer Chiefs sconfissero il Desportivo InterClube di Luanda (Angola) nella finale di Coppa delle Coppe africana grazie a un rigore al 90′ di Patrick Mabedi. La Coppa delle Coppe era il quarto trofeo vinto dai Chiefs nel giro di quattro mesi in quella che il portavoce del club definì una Operation Vat Alles (“Operazione pigliatutto” in lingua afrikaans). I trionfi furono smorzati dalla tragedia avvenuta l’11 aprile 2001 all’Ellis Park durante il derby di Soweto con gli Orlando Pirates, quando 43 tifosi trovarono la morte schiacciati nella calca.

Nonostante per diverso tempo i Chiefs siano stati squalificati dalle competizioni continentali, hanno trovato gloria internazionale nella Vodacom Challenge, trofeo a inviti che gli Amakhosi vinsero cinque volte, battendo in due occasioni entrambe le sponde di Manchester: nel 2006 lo United di Evra, Scholes, Giggs e Giuseppe Rossi e nel 2009 il City di Zabaleta, de Jong e Weiss.

Tra le leggende del club, oltre a Tovey, Dladla, Stylianou, Singh e Motaung, vale la pena ricordare tre giocatori. Patrick “Ace” Ntsoelengoe, attaccante, vestì oltre 500 volte la maglia dei Kaizer Chiefs, indossata quando ancora la squadra era il Kaizer Motaung’s All-Star XI. Fu un Chief fino alla morte: nel 2006, quando fu stroncato da un attacco cardiaco, era allenatore delle giovanili. Theophilus Doctorson “Doctor” Khumalo, anche conosciuto come “16V”, giocò centrocampista con i Kaizer Chiefs, fece una presenza per l’Aston Villa e divenne una delle figure iconiche della nazionale sudafricana degli anni ’90. Era figlio d’arte: il padre Eliakim “Pro” Khumalo giocò nei Moroka Swallows tra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’70, prima di terminare la sua carriera con i Kaizer Chiefs. Il difensore Lucas Radebe cominciò la sua carriera nei Kaizer Chiefs prima di trasferirsi nel 1994 al Leeds United in Inghilterra. Il gruppo rock dei Kaizer Chiefs deve il proprio nome proprio al club sudafricano e alla presenza di Radebe al Leeds, di cui i quattro componenti sono tifosi.

L’eredità di Motaung, tuttora presidente e proprietario del club, non si è ancora esaurita: Kaizer Motaung junior, uno dei suoi cinque figli e, ironia della sorte, quello che porta il suo nome di battesimo, è un attaccante che, dopo esser passato per le giovanili del Chelsea e la squadra riserve del Monaco 1860, da tredici anni veste la maglia dei Kaizer Chiefs.

Palmares

12 campionati nazionali (NPSL: 1974, 1976, 1977, 1979, 1981, 1984; NSL: 1989, 1991, 1992; PSL: 2004, 2005, 2013)
14 Coppe MTN 8 Cup (1974, 1976, 1977, 1981, 1982, 1985, 1987, 1989, 1991, 1992, 1994, 2001, 2006, 2008)
13 Coppe Telkom Knockout (1983, 1984, 1986, 1988, 1989, 1997, 1998, 2001, 2003, 2004, 2007, 2009, 2010)
13 Coppe Nedbank Cup (1971, 1972, 1976, 1977, 1979, 1981, 1982, 1984, 1987, 1992, 2000, 2006, 2013)

1 Coppa delle Coppe africana (2001)
1 volta African Club of the Year (2001)
5 Vodacom Challenge (2000, 2001, 2003, 2006, 2009)

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